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Cosa sta succedendo in Iran dopo la morte di Mahsa Amini, i risvolti cyber della protesta

Una tristissima pagina di cronaca, decisamente poco coperta da media, vede l’Iran al centro di violente e sanguinose proteste, in solidarietà alla giovane Mahsa Amini, presumibilmente uccisa dal suo stesso governo

Giovane donna di 22 anni, Mahsa Amini, nativa del Kurdistan iraniano. Il 13 settembre era in visita turistica a Teheran quando viene arrestata dalla polizia religiosa del Paese, perché non indossava correttamente l’hijab (il velo islamico).

La vicenda di Mahsa Amini

Le autorità locali riferiscono che l’arresto era finalizzato alla rieducazione alle leggi iraniane ma la giovane Mahsa, da quel carcere non uscirà più, o per lo meno non con le sue gambe. Il 16 settembre viene riferito infatti che è morta a seguito di un infarto. Ricoverata in ospedale, in coma da diversi giorni, diverse foto circolate su Internet testimoniano le gravi condizioni in cui si trovava la ragazza: riportando lividi e contusioni, non tipiche di un infarto. Molto più probabilmente attinenti alla quantità di colpi e vessazioni ricevute in carcere.

Le proteste imperversano l’Iran

Alla notizia della sua morte, diverse città del Paese si mobilitano in proteste estreme e violente proprio contro il governo non troppo democratico iraniano e in solidarietà della giovane donna uccisa.

Da questa settimana tutto questo scenario è diventato anche cyber. Gruppi di hacktivisti cercano in tutti i modi di fare giustizia telematica, per aumentare la pressione delle proteste e la difficoltà di controllo del Paese.

Il più schierato e attivo è sicuramente GhostSec che ha messo in piedi “#Opiran” proprio con l’intento dichiarato di rovinare l’infrastruttura critica del Paese.

FREE IRAN FROM THE GOVERNMENT CURROPTION AND OPPRESSION. TO THE IRANIAN PEOPLE WE CAN FEEL YOU, WE CAN SEE YOU AND HEAR YOU, BUT MOST OF ALL WE ALL FIGHT WITH YOU!!

Questo l’obiettivo dichiarato di GhostSec

Tra le iniziative di hacktivismo che il gruppo sta portando avanti si evidenzia

  • la distribuzione di una lista di circa 30 proxy server che i cittadini iraniani possono usare in caso di restrizioni governative lato Internet (per facilitare le comunicazioni e bypassare la censura)
  • un target di circa 1200 siti governativi presi di mira da attacchi DDoS
  • l’attacco rivolto ad una struttura informatica di Bank Mallat, banca privata iraniana, che viene anche chiamata Banca Nazionale.
L’attacco a Bank Mallat

L’attacco hacker contro Bank Mallat viene definito come atto distruttivo, senza esfiltrazione di dati, ma solo la loro completa distruzione, al fine di rendere il sistema preso di mira, inutilizzabile.

Internet down nel paese

Le proteste, fisiche e sanguinose, estremamente violente contro le istituzioni e il governo dell’Iran, ma anche quelle cyber, stanno mettendo a dura prova la resistenza interna della sicurezza. Nella giornata di mercoledì infatti si sono registrati blocchi della rete Internet, in diverse città del Paese e servizi perentoriamente offline.

Il blocco della Rete

Prima a registrare down generalizzati è Instagram, largamente utilizzato nel paese. Segue l’irraggiungibilità dei maggiori siti governativi, quasi tutti non disponibili nemmeno dall’interno del Paese.

Fino al buio totale di MCI, il primo provider mobile dell’Iran.

Le restrizioni del governo, in risposta a questo clima estremamente acceso di protesta e solidarietà, stanno aumentando e sono già ad un livello abbastanza alto, alle 21.00 si è registrato che tutti i più grandi provider di telecomunicazione mobile del Paese sono spenti: MCI, Rightel, Irancell.

Instagram e Whatsapp continuano a non funzionare.